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mercoledì, 27 giugno 2007

L'eredità di Oriana

NEW YORK — «Quando la incontrai ero incinta e lei non faceva che ripetermi che avevo fatto una cosa straordinaria a diventare mamma e che per questo mi ammirava. Dopo l'arrivo al mondo di mio figlio Darius John, lei gli spedì un bel regalo e incominciò a impartirmi lezioni su come essere una buona madre, perché secondo lei ciò era altrettanto importante che essere una brava giornalista. Credo che fosse molto invidiosa della mia famiglia e abbia rimpianto enormemente il non aver mai avuto figli». Parla Christiane Amanpour, la giornalista anglo- iraniana che venerdì 29 giugno parteciperà a una giornata di studio in onore di Oriana Fallaci, presso la New York Public Library. Uno dei due appuntamenti della manifestazione «Oriana Fallaci e l'America», promossa dal Ministero per i Beni Culturali in collaborazione con Rcs MediaGroup. L'altro è una mostra accompagnata dal documentario «Oriana e l'America» all'Istituto Italiano di Cultura di New York, che sarà inaugurata giovedì 28 giugno dal ministro Francesco Rutelli. «Non è per mancanza di opportunità che non ha mai avuto figli», incalza la 49enne inviata di guerra della CNN, la giornalista più celebre e pagata del mondo, che la scorsa settimana è stata insignita del titolo di Commendatrice dell'Ordine dell'Impero Britannico dalla regina Elisabetta. «Oriana da giovane era bellissima e sexy. Probabilmente aveva un sacco di ammiratori ma si è innamorata profondamente una sola volta nella vita. Da allora la sua strada è andata in un'altra direzione e ha finito per sposare la professione. Così ciò che desiderava di più non è mai successo». Sarebbe stata una brava madre? «Assolutamente. Era una persona calda, affettuosa e piena di amore da dare. Me ne sono resa conto appena riuscii a rompere il ghiaccio, penetrando la barriera che si era innalzata attorno. Quando ciò è successo mi ha chiesto di restare amica sua per sempre. Ed è esattamente ciò che ho fatto». Dietro quella che il Los Angeles Times definì «l'unico giornalista a cui nessun leader mondiale può dire di no», si nascondeva, prosegue, «una donna profondamente sola».




Il primo incontro tra la Amanpour e la Fallaci
, che l'ha citata in La Rabbia e l'Orgoglio, risale al 2000, a New York. «Oriana viveva già da reclusa nel grande brownstone dell'Upper East Side, dove vedeva e frequentava pochissima gente», racconta la Amanpour, che si è sposata a Castello Odescalchi vicino a Bracciano nel 1998 con l'ex portavoce del Dipartimento di Stato, James Rubin. «Fui io a cercarla, perché sentivo il bisogno quasi fisico di conoscere quel mito che occupa un posto unico nel Pantheon del giornalismo mondiale. È stata lei la mia musa: la prima a spianare la strada a tutte noi corrispondenti donne di guerra». Dopo molti tentativi andati a vuoto, la Fallaci, una giornalista infastidita e insieme ammaliata dai potenti, acconsentì ad incontrare la famosissima collega che anagraficamente avrebbe potuto essere sua figlia e che aveva occupato lo spazio lasciato libero da lei, ormai sul viale del tramonto. «Fu un rendez-vous come tra spie della Cia. Lei era già molto malata anche se si vedeva che combatteva il male con la stessa forza sovrumana che aveva riversato nel suo lavoro». Da allora tra le due donne nacque un'amicizia durata fino alla morte della Fallaci, il 15 settembre 2006. Ciò non significa che tra di loro ci fosse una totale convergenza di vedute. «Io l'ho cercata molto tempo dopo la fine della sua carriera. Poi è venuto l'11 settembre che la spinse a tornare aggressivamente alla ribalta, dopo anni di silenzio, con quei suoi libri così controversi, arrabbiati e induriti». Avrebbe fatto ciò che ha fatto lei? «Certo che no, ma è innegabile che moltissima gente si sia sentita sollevata che qualcuno abbia avuto il coraggio di parlare a nome loro. Rischiando intellettualmente oltre che fisicamente per dire ciò che pensava ». In nome di questa «coerenza», la giornalista è disposta a perdonare gli eccessi della Fallaci, definita «razzista», «fascista» e «islamofobica» da moltissimi intellettuali in entrambe le sponde dell'Atlantico. «Chi l'ha definita neocon e fascista esagera», la difende la Amanpour. «Oriana provocava sentimenti estremi nella gente perché lei stessa era estrema in tutto.

Non è mai stata politicamente corretta perché era convinta che il suo ruolo fosse quello di rimestare nel torbido, scatenando dibattiti. Aveva uno stile abrasivo e provocatorio ma è stata vera con se stessa fino alla morte». E se l'impatto della sua crociata anti-islamica «è stato maggiore in Europa», la Fallaci-giornalista dell'età d'oro ha avuto un'influenza altrettanto profonda in Usa. «La generazione di reporter prima della mia l'ha ammirata e imitata. Interviste con leader quali Henry Kissinger sono passate alla storia». Ma di tutte le interviste dell'amica, la sua preferita resta «Quella in cui lo scià Reza Pahlavi si scaglia contro il gentil sesso, "razza inferiore, che non è stata capace neppure di dare al mondo un solo grande chef-donna"». «Fui profondamente colpita anche dall'intervista all'ayatollah Khomeini, quando si tolse il chador in segno di sfida », puntualizza la giornalista, la cui famiglia fu tra le vittime della rivoluzione iraniana, «Mi sembrò un capolavoro di coerenza, aggressività e coraggio ». Ma l'aggressività può essere un bene? «Certo», replica la reporter, criticata, in passato, per aver trasformato la CNN in una tribuna d'accusa contro l'Occidente, inerte di fronte alle pulizie etniche in Bosnia. «Oggi la maggior parte dei giornalisti sono deferenti. Lei non lo è mai stata perché convinta che non fosse utile leccare i piedi dell'intervistato, per carpirne davvero l'essenza». Del suo rapporto di odio-amore con l'Italia non parlavano mai. «Sotto sotto adorava il Bel Paese e si sentiva italiana dalla testa ai piedi. Nonostante avesse vissuto in America oltre 20 anni, parlava l'inglese con un accento fortissimo e il suo linguaggio era tutto cosparso di parole italiane. Sono convinta che fosse devota al suo Paese e alla sua gente». Dopo la morte, molti hanno indicato la Amanpour come la sua erede. «A dire il vero era la stessa Oriana a considerarmi tale. Io non mi azzarderei mai ad addossarmi tale onore, ma sarei orgogliosissima se qualcuno lo facesse. Perché lei era brillante, coraggiosa, infaticabile e unica. Oggi la gente pensa che il nostro mestiere sia facile e non è più disposta a mettersi in prima linea come ha fatto lei. Cambiando il mondo. Purtroppo non ne nascono più di reporter di razza come lei».



Alessandra Farkas



postato da: lagoblu alle ore 09:04 | link | commenti
categorie: politica, libri, news, diario, relax

Il sesso mi piace ancora. Ma lo faccio solo con i ventenni. intervista a Patty Pravo

Candida Morvillo per "A" in edicola domani



Mentre ascoltiamo un paio di canzoni del suo nuovo disco, Patty Pravo si mette a ballare in salotto insieme a un pupazzo giallo con gambe e braccia arancioni, scarpe da ginnastica, alto trenta centimetri o giù di lì.



Carino, chi è?

«È Jean Paul. Jean Paul, saluta la giornalista».



Lietissima

«L'ho trovato in un cassonetto. Da allora, viaggia sempre con me. In business class, se devo dormire, faccio spostare i vicini di poltrona per far stendere anche lui».











(Patty Pravo)



Conversazione surreale. Nel corso della quale scoprirò, tra l'altro, che Jean Paul ha una fidanzata (Betty, una foca monaca), ma che dorme con Patty e che su ogni altra cosa predilige fare il bagno alle Maldive.

Patty ha 59 anni e come tante donne che sono state molto belle e molto svitate, e perciò molto amate e di conseguenza deliziosamente capricciose, continua a comportarsi come se il tempo non fosse passato. Dalla sua ha che è ancora molto bella, molto bionda, molto tonica, con pochissime rughe.



In questi giorni esce on line e in radio il suo primo singolo in arabo, anticipazione di "Spero che ti piaccia", album omaggio a Dalida, che uscirà l'ultimo venerdì di settembre. Nove canzoni, da "Bambino" a "Il venait d'avoir 18 ans", in arabo, francese, italiano e napoletano, scelte nel repertorio della chanteuse che nacque al Cairo e da Parigi conquistò il mondo. Patty e Dalida sono state amiche nello spazio che sta tra un suicidio tentato e uno riuscito, tra quel 1967 in cui Dalida cercò di uccidersi dopo aver trovato il suo compagno Luigi Tenco riverso in una stanza d'albergo a Sanremo, e quel 3 maggio del 1987 in cui la vita riuscì a togliersela davvero.



Patty, che cosa ricorda di Dalida?

«I pomeriggi di shopping ai quali mi costringeva a Parigi. Io li odiavo, lei li adorava».



Tutto qui?

«Dalida era nata con un difetto: si esprimeva solo sul palcoscenico. Il resto della sua vita era tragico. A 30 anni era angustiata al pensiero che le sarebbero invecchiate le ginocchia».



Le ginocchia?

«Dalida era una grande artista, una grande professionista. Ma se il tuo unico referente è il pubblico, quando torni a casa, trovi per forza il vuoto. Lei lavorava come una pazza. E aveva manager che non le consentivano di fermarsi. Una volta mi disse: "Sono 15 anni che non ho un giorno per me"».











(Patty Pravo)



Lei, invece, non sembra il tipo da aver mai pensato al suicidio.

«Io da bambina pensavo che sarei morta o prestissimo o a 90 anni, molto sana e molto vecchia. Mi immaginavo, capelli bianchi ritti in testa, orecchini gialli a palla, di rafia, mentre facevo molto casino. Quando sei vecchia e sana, hai la libertà di fare quello che vuoi».



Di fare che cosa, esattamente?

«Nel momento in cui sentirò che la mia energia sta finendo, vorrei ritirarmi in un posto tranquillo».



Nel deserto del Sinai che ha attraversato tre volte da sola?

«In un posto qualunque, magari al mare».



«Portami al mare fammi sognare», come in sua canzone?

«Quella che dice: portami al mare, fammi sognare. E dimmi che non vuoi morire».



Lei quest'estate registrerà un disco di inediti che uscirà a Natale, a ottobre lancerà un Dvd-raccolta dei suoi look e del suo repertorio dal '66 a oggi, a novembre partirà per un tour europeo con date fino al 2008, compresa una tappa all'Olympia di Parigi. Non fa troppe cose per avere quasi sessant'anni?

«Io ho una forza che i ragazzi di venti li ammazzo».



E spesso ha avuto fidanzati giovani. È mai stata con un settantenne o un sessantenne?

«Il più vecchio aveva trent'anni. È giusto che tutte le persone, a qualunque età, si divertano e facciano sesso, ma dopo una vita piena come la mia, c'è ancora un'estetica che ti guida nell'avere scopate regolari».











(Patty Pravo a Sanremo nel 2004 - Foto U.Pizzi)



Che cos'ha contro i coetanei?

«Non voglio vedere la pelle che casca. Forse perché da bambina trovavo inconcepibile che i miei genitori potessero fare sesso».



E perché lei la pelle che casca non ce l'ha?

«Io studio danza tutti i giorni da quando avevo quattro anni. Faccio la spaccata meglio della mia stessa maestra. Agli uomini sbaglio sempre a dare l'età, se ne hanno 50, mi sembrano di 75, non riesco a dare loro del tu».



Sta ancora con il venticinquenne col quale si era fidanzata cinque anni fa?

«Siamo stati insieme due anni e mezzo, ora siamo amici».



E perché è finita?

«Perché l'ho lasciato».



C'è qualcun altro?

«Non saprei dove metterlo. Gli uomini, quando li hai in casa, cominciano a spostarti i cd, diventano noiosi. Io sono sempre stata con artisti e quindi ci ho convissuto 24 ore su 24. Ma c'è un tempo per tutto e anche un tempo per se stessi».



Lei è ancora capace di innamorarsi?

«Certo. Questo non significa che non mi piacciano pure le scopate di passaggio».











(Patty Pravo prima di esibirsi a Sanremo nel 2002)



E com'è il sesso a sessant'anni?

«Come era a trenta».



La maggior parte delle donne, dopo la menopausa, ci mette una pietra sopra.

«Ma io non ho vissuto da frustrata. Ho sempre avuto affetti e compagni, sono in forma, mamma mi manda i bikini e sono sempre troppo minuti, le dico: "Copriamo". E lei: "Non importa, avrai tempo per coprire". E poi io non sono in menopausa».



Sta scherzando? A 59 anni?

«Mia madre ci è andata a 65. Io prendo ancora la pillola, la prendo da quando avevo 14 anni. L'altro giorno, il medico mi ha detto che può causare macchie alla pelle. Gli ho risposto: "E ora me lo dice?"».



Converrà che il suo è un caso raro?

«La mia età biologica è di 35 anni. Faccio un check up completo all'anno, vado regolarmente da ginecologo, endocrinologo e medico delle ossa e mi mandano sempre via a calci perché sto benissimo. È genetico: mamma a 80 anni guida la moto 750, ha solo tre rughe più di me, è più muscolosa di me. Poi, noi donne venete siamo forti. La mia generazione, almeno: oggi i giovani sono pappamolli, sconquassati da genitori fuori di testa, che non hanno insegnato la fatica, la disciplina».



Lei perché non ha avuto figli?

«Perché ci ho pensato prima: i bambini non vanno rovinati. Lei conosce figli d'artisti?».











(La cantante franco-italiana Dalida)



Perché, come sono i figli d'artista?

«Sono degli infelici che non hanno un'identità e mai l'avranno. Io ho deciso che non avrei avuto figli a 16 anni e mezzo, col mio primo marito Gordon Faggetter. Eravamo in tour a Tokyo, gli dissi: "Il bambino lo mettiamo sulla predella della batteria, così tu suoni e lo culli". Poi pensai: "Ma sono fuori di testa?"».



E non se n'è mai pentita?

«Io sono cresciuta con le tate, ma avevo una nonna presente: è diverso che vivere nei camerini e sugli aerei, con l'aria condizionata perenne».



Lei ha avuto cinque mariti. L'ultimo nell'82. Sono 25 anni che non si risposa.

«Per fortuna non ho trovato nessuno che avesse questa strana idea. Comunque, da Paul Martinez ho divorziato solo nel 2001, ero sposata in America, pagavo due volte le tasse, non mi sembrava che fosse un atto d'amore».



Ed è vero, come lasciava intendere in un'intervista, che fa ancora sesso con i suoi ex mariti?

«Ma che dice? Avrò detto che siamo una famiglia allargata, non che ogni volta che li vedo apro le gambe».



E i dieci anni di castità erano veri?

«Verissimi, magari non saranno stati proprio dieci. Ero in giro per deserti: mica potevo farmi i beduini».



E a che cosa era dovuta la castità?

«Era un momento della vita. Mentalmente il sesso non c'era e basta».



A ottobre uscirà per Mondadori la sua autobiografia scritta con Massimo Cotto. Guardandosi indietro, qual è il filo conduttore della sua vita?

«Lo shock di rivedermi l'ho già vissuto nel 1993, quando passai un anno a riguardare le mie apparizioni per il video "Minaccia bionda". Di ogni immagine risentivo gli umori, gli odori. Mi venne un rifiuto totale e me ne andai nove mesi nel deserto coi Tuareg».











(Patty Pravo al Piper di Roma)



E il filo conduttore dell'autobiografia?

«Rimane nella mia natura. Sono una che si sveglia e sta bene, che ride tutti i giorni. Poi ho mantenuto il perfezionismo e la disciplina imparate a danza e al conservatorio. Naturalmente, c'è la libertà: sono sempre stata incomprabile, non ho mai fatto nulla che mi facesse perdere la stima in me stessa. Infine, l'amore di giustizia».



In che senso, "amore di giustizia"?

«Non sopporto i soprusi. Una volta ho sollevato di peso un camionista».



Lei, così minuta?

«Mi è venuta una forza inspiegabile. Aveva rotto le palle alla mia segretaria e aveva dato dello sporco negro al mio autista di colore. L'ho tirato su per il collo, ha chiesto scusa».



Si fa ancora le canne?

«Certo. La sera per conciliare il sonno».



Non prende nient'altro?

«Nient'altro».



Sa che nell'immaginario collettivo lei è un'icona droga, rock'n roll e tendenze lesbo?

«Lo so, ma le donne non mi sono mai piaciute».











(....e sempre durante la sua esibizione a Sanremo 2004)



Negli anni Settanta si diceva che lei stesse con Linda Wolf, astrologa di origini mitteleuropee.

«Mi fecero male le copertine su noi due. Non per la storia del lesbo: Linda era molto più grande di me e le ho già spiegato come la penso sull'estetica. Mi dispiaceva, invece, che scrivessero che era la mia maga».



E invece che cos'era?

«L'unica persona che ha capito che a volte avevo bisogno di fermarmi, di avere un giorno per me».



Era quella persona che era mancata a Dalida.

«Quella».

postato da: lagoblu alle ore 08:55 | link | commenti (2)
categorie: musica, news, diario, gossip, tv , relax
venerdì, 22 giugno 2007

Gocce di memoria

Giorgia






Sono gocce di memoria

queste lacrime nuove

Siamo anime in una storia

incancellabile

Le infinte volte che

mi verrai a cercare nelle mie stanze vuote

Inestimabile

è inafferrabile la tua assenza che mi appartiene

Siamo indivisibili

siamo uguali e fragili

e siamo già così lontani

Con il gelo nella mente

sto correndo verso te

siamo nella stessa sorte

che tagliente ci cambierà

Aspettiamo solo un segno

un destino un’eternità

e dimmi come posso fare per raggiungerti adesso

Per raggiungerti adesso, per raggiungere te

Siamo gocce di un passato

che non può più tornare

Questo tempo ci ha tradito, è inafferrabile

Racconterò di te

Inventerò per te quello che non abbiamo

Le promesse sono infrante

come pioggia su di noi

Le parole sono stanche, ma so che tu mi ascolterai

Aspettiamo un altro viaggio, un destino, una verità

E dimmi come posso fare per raggiungerti adesso

Per raggiungerti adesso, per raggiungere te.




postato da: lagoblu alle ore 09:57 | link | commenti
categorie: citazioni, my life, musica, cinema, diario, paranoie, video, relax
domenica, 17 giugno 2007

Mi sono regalato...


Fujifilm FinePix A800


Pixel Sensore: 8,3 Mpix
Tipo Sensore: Sensore Super CCD (non so cosa sia!)
Obiettivo: Zoom ottico Fujinon 3X
Memoria: 10MB (ho aggiunto una Memory Card da 2GB)
Display: 2,5 pollici
Video: SI (ma non so ancora come si fanno).

postato da: lagoblu alle ore 14:47 | link | commenti (3)
categorie: my life, diario, shopping, relax
sabato, 16 giugno 2007

Follia


Le storie d'amore contraddistinte da ossessioni sessuali sono un mio interesse professionale ormai da molti anni.
Inghilterra, 1959. Dall'interno di un tetro manicomio criminale vittoriano uno psichiatra comincia a esporre, con apparente distacco, il caso clinico più perturbante che abbia incontrato nella sua carriera - la passione letale fra Stella Raphael, moglie di un altro psichiatra dell'ospedale, e Edgar Stark, un artista detenuto per un uxoricidio particolarmente efferato. E' una vicenda cupa e tormentosa, che fin dalle prime righe esercita su di noi una malìa talmente forte da risultare quasi incomprensibile - finché lentamente ne ne emergono le ragioni nascoste.
Il fatto è che in questo romanzo neogotico Patrick McGrath ci scalza dalla posizione abituale, e confortevole, di lettori, chiedendo di adottare il punto di vista molto più scabroso di chi conduce una forma singolarmente perversa di indagine: il lavoro analitico. Eppure qualcosa, forse una tensione che a poco a poco diventa insopportabile, ci avverte che i conti non tornano, e che l'inevitabile, scandalosa e beffarda verità sarà molto diversa da quella che eravamo stati costretti a immaginare.

postato da: lagoblu alle ore 15:23 | link | commenti (4)
categorie: my life, cultura, libri, cinema, diario, relax



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